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“L’erba cattiva…non muore mai”

Un momento dello spettacolo

di Alberto Canonico

Musica e poesia si incontrano per ricordare chi siamo. Accade al Teatro Bellini con “L’erba cattiva…non muore mai”, uno spettacolo in scena fino al 9 febbraio in cui Enzo Gragnaniello e Luigi Di Fiore, con la regia di Bruno Colella, tentano di abbattere le barriere che separano Nord e Sud e in maniera per niente banale. Sembra di essere a una mostra di arte contemporanea, grazie anche all’istallazione di tre schermi su cui si alternano immagini di Napoli e video che ricordano quelli di Bruce Nauman, come quello che ripete continuamente il gesto di una mano che tenta di afferrare qualcosa che cade dall’alto.

Un famoso musicista e un attore-regista si trovano in un albergo dei Quartieri Spagnoli per scrivere il testo di uno spettacolo. È solo un pretesto. Sulla scena Gragnaniello e Di Fiore iniziano a confrontarsi su tematiche quali paura, violenza, emarginazione, alternandosi tra canzoni e monologhi. Fa riflettere Gragnaniello quando fa notare che le voci delle persone di Napoli sono cambiate. Prima erano armoniose, quasi vicine al canto, ora invece sono gutturali quasi a rimarcare il possesso del territorio. “La voce è sacra” ricorda in scena.

Applausi per Di Fiore quando recita Viviani in un napoletano perfetto essendo lui milanese, e per “La lunga strada” di Lawrence Ferlinghetti, parabola sul senso della vita dove noi viaggiatori di un treno percorriamo la lunga strada del mondo, senza riuscire a vedere chi guida. Vengono poi affrontati il tema della violenza sulle donne, ricordando la giovane artista Pippa Bacca, “una farfalla che vola di fiore in fiore e che all’improvviso viene uccisa” e quello delle morti sul lavoro. Qui Gragnaniello canta l’ingiustizia per una morte che non si comprende e il pianto di una madre disperata.

Lo spettacolo prosegue e il pubblico sembra apprezzare. All’improvviso però la teatralità della storia viene spezzata da Gragnaniello, prima volta come attore, quando si rivolge direttamente al pubblico per ricordare Roberto Murolo e Mia Martini con “Cu ‘mme”.

Alla fine dello spettacolo Di Fiore appare entusiasta e svela un piccolo timore per come avrebbe risposto il pubblico al testo di Viviani. Stanco ma soddisfatto Gragnaniello che sente suo il testo teatrale e sembra trovarsi a suo agio nella nuova veste di attore. “L’erba cattiva rappresenta l’arte che cresce dappertutto e non muore mai, è la voglia di vivere, di conoscere, di esprimersi; è quella che spiega i pensieri delle persone che stanno nel mondo”.

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  1. luigi di fiore
    20 settembre 2011 alle 10:41

    Grazie Alberto per le tue belle parole. Mi era sfuggita questa recensione. meglio tardi che mai

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